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Disturbi dell’alimentazione: nuove terapie

Recenti studi hanno valutato due farmaci, il sodio oxibato e l’aripiprazolo; il primo per il trattamento del “Binge Eating Disorder” (BED) o “disturbo da alimentazione incontrollata, e il secondo  per il trattamento dell’anoressia nervosa (AN) o della bulimia nervosa (BN).

 Il “Binge Eating Disorder” (BED) o “disturbo da alimentazione incontrollata” è’ un disturbo caratterizzato dalla presenza di “abbuffate” non accompagnate, però, da strategie per compensare l’ingestione di cibo in eccesso. Le persone che manifestano questo disturbo assumono quantità di cibo esagerate, anche in momenti in cui non si ha una sensazione fisica di fame. Il problema principale sembra consistere in una difficoltà nel controllare l’impulso ad alimentarsi, che si traduce nella sensazione di perdere il controllo dell’atto di nutrirsi. Il disturbo da alimentazione incontrollata è correlato all’obesità, anche se tale caratteristica non è necessaria per la diagnosi di BED.

Nonostante la crescente consapevolezza della gravità del BED, non esiste attualmente alcun trattamento farmacologico approvato dalla FDA. Diversi inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) sono in grado di  ridurre le abbuffate, ma non tutti i pazienti rispondono bene.
Susan L. McElroy e i suoi colleghi della University of Cincinnati College of Medicine e dell’Harvard Medical School hanno studiato il dosaggio del sodio oxibato per il trattamento della BED.
Dodici individui sono stati arruolati per lo studio prospettico, durato 22 settimane. Durante il trattamento, i 12 partecipanti hanno assunto 4,5 g di sodio oxibato al giorno per le prime 2 settimane; successivamente il dosaggio è stato aumentato di 1,5 g per notte, fino ad un massimo di 9g al giorno.
Dieci dei partecipanti hanno presentato una riduzione significativa nella frequenza delle abbuffate, una riduzione del peso, un decremento dell’indice di massa corporea e del desiderio di cibo; nove hanno avuto una remissione del binge eating, e 5 hanno perso almeno il 5% del loro peso basale.

Cinque dei partecipanti non hanno portato a termine lo studio a causa della mancata efficacia o degli effetti collaterali, tra cui sonnolenza, difficoltà ad addormentarsi, ansia.



Un secondo studio, svolto da un team di ricercatori della University of California, mette in evidenza l’efficacia dell’ Aripiprazolo nel trattamento dei pazienti con Anoressia nervosa e Bulimia nervosa (maggiori informazioni su queste patologie nell’articolo “Disturbi dell’alimentazione: cosa sono).

Otto pazienti sono stati trattati con questo farmaco per un periodo che va da quattro mesi a più di tre anni.

Dopo l’inizio della terapia, in tutti i pazienti si è osservato un graduale aumento del peso, un miglioramento del rapporto con il cibo e una riduzione dei pensieri ossessivi su cibo, peso e immagine del proprio corpo.

Secondo i ricercatori che hanno svolto lo studio i risultati ottenuti in questo piccolo gruppo di studio sono stati molto positivi, ma dovranno essere supportati da ulteriori studi clinici.

 

Per maggiori informazioni

http://www.eatingdisordersreview.com/nl/nl_edr_22_3_7.html

ESERCIZI PER CURARE L’ANORESSIA

I ricercatori della University of Western Sydney sono sperimentando un nuovo metodo di trattamento dell’anoressia nervosa, che mira a modificare l’atteggiamento dei pazienti nei confronti dell’ esercizio fisico

 

 

Il ruolo dell’esercizio estremo nell’perpetuare il ciclo pericoloso e debilitante dell’anoressia nervosa è stato rivalutato e utilizzato per la messa a punto di una nuova terapia.

La sperimentazione parte dalla University of Western Sydney in Australia, dove un gruppo di ricercatori ha analizzato il comportamento delle persone malate di anoressia nervosa nei confronti dell’esercizio fisico. Un’attività fisica compulsiva, di fatto, è una caratteristica chiave dell’anoressia, presente nella maggior parte dei pazienti: “Oltre ad avere visione distorta del proprio corpo e del proprio peso e a mostrare disturbi del comportamento nei confronti dell’alimentazione, molti pazienti tendono a spingere il corpo oltre i suoi limiti attraverso l’esercizio,” commenta Phillipa Hay, docente presso la Scuola di Medicina UWS e aggiunge che “l’esercizio estremo può essere pericoloso per chiunque, ma quando accoppiato con le cattive condizioni di salute e di nutrizione può portare a problemi ancora più gravi. Inoltre, spesso è associato a più alti livelli di stress psicologico, a ricoveri più lunghi e a ricadute più frequenti della patologia”.
Il nuovo trattamento mira a promuovere atteggiamenti, convinzioni e comportamenti sani e a fornire ai pazienti con le conoscenze e le competenze necessarie a riguadagnare il controllo sull’ esercizio.
Il rapporto tra l’esercizio estremo e l’anoressia fino ad ora non era stato esaminato accuratamente dai ricercatori e di conseguenza non aveva avuto un ruolo rilevante nelle terapie.
“tradizionalmente i trattamenti per l’anoressia hanno lo scopo di prevenire ulteriori danni fisici limitando circoscrivendo l’attività fisica dei pazienti ad esercizi a basso impatto, come yoga o passeggiate, o vietandola completamente. Spiega Phillipa Hay, “tuttavia, questo approccio non affronta le  compulsioni che sono alla base di questi comportamenti e non considera che costringendo semplicemente i pazienti all’inattività si potrebbero avere effetti psicologici negativi.”
Il trattamento proposto, invece, ha lo scopo di modificare l’approccio stesso che i pazienti hanno nei confronti del proprio corpo e dell’attività fisica, promuovendo comportamenti sani. “Utilizzato in combinazione con una forma di terapia cognitivo-comportamentale, esso mira inoltre a ripristinare il peso e le normali abitudini alimentari, sfidando le i pensieri e le convinzioni che sono alla base della patologia, attraverso la ristrutturazione cognitiva e il cambiamento del comportamento.”
Al fine di verificare tali affermazioni, sta partendo un trial clinico che coinvolge 100 volontari adulti con anoressia nervosa, che parteciperanno a 34 sedute di trattamento gratuito, che si terranno a Campbelltown, Westmead e Camperdown.

http://medicalxpress.com/news/2011-06-world-trial-anorexia-treatment.html

Disturbi dell’alimentazione: cosa sono

I disturbi dell’alimentazione possono essere definiti come disturbi persistenti del comportamento alimentare o di comportamenti finalizzati al controllo del peso, che danneggiano la salute fisica o il funzionamento psicologico e che non sono secondari a nessuna condizione medica o psichiatrica conosciuta.

Le forme più importanti, tra i disturbi dell’alimentazione, sono l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa. La prima è caratterizzata da una severa perdita di peso dovuta ad una dieta fortemente ipocalorica e dal raggiungimento di un peso corporeo molto basso, che può determinare dei gravi rischi per la salute. Nella bulimia nervosa, invece, i tentativi di perdita di peso sono interrotti da frequenti episodi di abbuffate spesso seguite da comportamenti eliminativi, come il vomito auto-indotto o l’uso inappropriato di lassativi. In questi casi, generalmente il peso rimane nella norma o lievemente al di sopra o al di sotto di essa.

Questi disturbi molto spesso sono accompagnati da alterazioni nella percezione dell’immagine del proprio corpo; la dismorfofobia, presente in tali stati patologici, è infatti definita proprio come una fobia che nasce da una visione distorta del proprio aspetto esteriore, provocata da una eccessiva attenzione e preoccupazione per l’immagine del proprio corpo.

I disturbi alimentari riguardano tutte le fasce d’età ed entrambi i sessi; quella più a rischio, però è costituita dalle donne adolescenti, come si evince dallo studio “Eating disorders” svolto nel  2003 dal gruppo di ricerca di Faibum G. C. e pubblicato su “The lancet”.

Questi disturbi si possono definire “sociali”, perché costituiscono l’espressione radicalizzata di un disagio che caratterizza solo un particolare tipo di società. Si parla, naturalmente, della società del benessere. Tali patologie, infatti, molto più di altre sono influenzate, oltre che dai comportamenti individuali, dal contesto sociale, dai condizionamenti del mercato e dalle politiche commerciali, che ne determinano in larga misura i fattori di rischio e la diffusione.

Dallo studio “Eating disorders” emerge anche che tra i fattori di rischio dei disordini alimentari, ovvero quei fattore in grado di aumentare la probabilità che questi si verifichi e si moltiplichichino, vi sono:

·        L’appartenenza ad una società occidentale

·        L’esposizione ad immagini di persone magre nei media

·        Lavori o attività ricreative che incoraggiano la magrezza

·        L’interiorizzazione dell’ideale di magrezza

http://www.mmgborgiaecaraffa.it/DCA/informazioni.pdf

COMBATTERE L’OBESITA’ CON LA NUTRIZIONE ANTI-INFIAMMATORIA

Secondo uno studio condotto da Sears B., Ricordi C. e pubblicato sul Journal of Obesity ristabilire l’equilibrio ormonale e genetico potrebbe essere una buona soluzione per trattare l’obesità.

 

Ciò può essere ottenuto riducendo l’infiammazione silente indotta dalla dieta. Tramite la nutrizione anti-infiammatoria alcuni geni, in particolare quelli coinvolti nella generazione dell’infiammazione silente, rallentano la loro attività; ciò provoca una riduzione della produzione di proteine coinvolte nell’infiammazione silente, con un effetto sulla percezione di sazietà.

 

Per maggiori informazioni:

http://www.hindawi.com/journals/jobes/2011/431985/

10 CHILI IN 10 GIORNI. RISCHI COMPLICANZE DEL SONDINO NASO-GASTRICO

Grazie ad un sondino naso-gastrico si può dimagrire velocemente. Alcuni medici estetici, però, mettono in guardia sui rischi.

 

L’utilizzo del sondino naso-gastrico è diventato una moda per coloro che desiderano perdere i chili di troppo. Un gruppo di medici estetici si è riunito a Roma per il XXXII congresso nazionale della Societa’ italiana di medicina estetica e ha valutato il “prezzo” che i candidati a questa dieta estrema scelgono di pagare per poter perdere il 10% della massa grassa in 10 giorni.

Questa pratica, detta nutrizione enterale chetogena (nec), non è infatti esente da rischi: se seguita in modo indiscriminato e senza controllo puo’ essere pericolosa e provocare complicanze renali e glicemia.

Il trattamento prevede l’applicazione di un sondino naso-gastrico tramite il quale viene somministrata una miscela proteica per 10 giorni. Una ‘nutripompa’, inoltre, somministra quotidianamente lassativi, integratori vitaminici e sali minerali. Una volta tolto il sondino, per una settimana il paziente continua con un’alimentazione proteica a base di carne e pesce e successivamente con una dieta di mantenimento che prevede anche i carboidrati.

I candidati ideali hanno almeno 10-15 kg di troppo, piu’ di 35 anni; inoltre non riescono a seguire una dieta e a fare sport. La nec dovrebbe rappresentare l’inizio di un protocollo nutrizionale motivante; persi i primi chili e istruiti a mangiare correttamente, i pazienti dovrebbero essere piu’ motivati a muoversi e continuare con la dieta. Ma è davvero così che vanno le cose?

 “La nec viene fatta su pazienti con caratteristiche molto diverse, spesso senza esami preventivi” spiega Antonietta Fusco, primario di Dietologia all’Ospedale S. Camillo di Roma. “A volte e’ il paziente a decidere se ricorrervi e non il medico. Questa tecnica in molti casi appare ingiustificata, inutile e potenzialmente dannosa” aggiunge, sollevando dubbi sostanziali sugli effetti che un trattamento di questo tipo può avere sui pazienti.

 

Per maggiori informazioni:

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2011/05/08/visualizza_new.html_872740406.html

L’obesità in Italia dilaga: nel video, i dati statistici

Anoressia: intervista alla modella Isabelle Caro

Prevenire il diabete con le fibre

Un ampio studio europeo ha evidenziato una connessione tra il consumo di fibre provenienti dai cereali e un minor rischio di contrarre il diabete di tipo 2. I risultati sono stati avallati da una meta-analisi della letteratura scientifica.
 
La ricerca, pubblicata negli Archives of Internal Medicine, ha coinvolto circa 25.000 adulti. È stato dimostrato che le persone con il più alto apporto di fibre provenienti da cereali avevano il 28% di probabilità in meno di sviluppare il diabete di tipo 2 rispetto alle persone con un minor apporto.

Sorprendentemente, non è stata riscontrata alcuna associazione significativa tra consumo di fibre provenienti dalla frutta e il rischio di sviluppare la patologia. È stata rilevata, piuttosto un’associazione con il consumo di magnesio.
 
Partendo dal presupposto che i cereali integrali sono una ricca fonte di magnesio, i ricercatori hanno concluso che che è proprio un’associazione tra fibre e magnesio a determinare tale effetto preventivo.

Cereali contro il cancro al seno

Pane integrale e cereali integrali potrebbero essere le armi chiave nella battaglia contro il cancro al seno.

Una nuova ricerca dell’Università di Leeds ha dimostrato come mangiare più fibre - in particolare in fibra di cereali - riduce il rischio di sviluppare il cancro al seno tra le donne in pre-menopausa.

Leggi l’articolo intero: http://www.eufic.org/page/it/show/latest-science-news/page/LS/fftid/fibre-breast-cancer/

PREVENIRE LE PATOLOGIE CARDIOVASCOLARI CON LE FIBRE

“Giovani adulti e di mezza età, è il momento di iniziare a mangiare tante fibre per prevenire il rischio di mortalità dovuto alle patologie cardiovascolari” lo dice Donald M. Lloyd-Jones, ricercatore della Northwestern Medicine University.

 

Le diete ricche di fibre possono aiutare le persone a perdere peso, ridurre il colesterolo e migliorare l’ipertensione; da oggi si può anche affermare che, più in generale, riducono sensibilmente la probabilità di morire per malattie cardiovascolari.

Lo studio, svolto dall’equipe di Donald M. Lloyd-Jones della Northwestern Medicine University, è stato presentato il 23 marzo alle Heart Association’s Nutrition, ad Atlanta, all’interno di un congresso che verteva sulle novità in merito alla prevenzione delle malattie cardiovascolari e metaboliche.

L’ American Heart Association, di tutta risposta, raccomanda una dieta molto ricca delle preziose molecole, di cui dovrebbero essere assunti 25 grammi o più al giorno. Lloyd-Jones ha commentato che si dovrebbe cercare di ottenere questo apporto giornaliero da alimenti che ne contengono naturalmente, piuttosto che da cibi, integratori e bevande lavorate. “Un alimento trasformato può essere ricco di fibre, ma tende anche a contenere quantità di sodio piuttosto elevate e probabilmente un più alto apporto calorico rispetto, ad esempio, a una mela, che fornisce la stessa quantità di fibre,” ha aggiunto.
Per lo studio sono stati analizzati dati provenienti dal National Health and Nutrition Examination Survey, che riguardavano un campione di circa 11.000 adulti.
Nei partecipanti al sondaggio sono stati considerati dieta, pressione sanguigna, colesterolo totale, abitudine al fumo e diabete ed è stato calcolato statisticamente il rischio di morire per malattie cardiovascolari. Negli adulti giovani (dai 20 ai 39 anni) e di mezza età (dai 40 ai 59 anni) che avevano una dieta ricca di fibre tale rischio era 
sensibilmente inferiore. Nelle persone tra i 60 e i 79 anni la differenza non è risultata significativa. E’ possibile che l’effetto benefico delle fibre alimentari richieda un lungo periodo di tempo per essere rilevante e che gli adulti più anziani possano aver già sviluppato un certo rischio significativo di contrarre patologie cardiovascolari” sostiene Ning, sottolineando la necessità di modificare la propria dieta quando si è ancora in tempo per farlo.

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